CasaGeneraleSorrentino e un mondo «non convenzionale» per un racconto di formazione- Corriere.it

Sorrentino e un mondo «non convenzionale» per un racconto di formazione- Corriere.it

di Paolo Mereghetti

Con stata la mano di Dio il regista Paolo Sorrentino firma la sua storia pi bella dai tempi del Divo

Auto da f in forma di racconto di formazione, stata la mano di Dio sorprende con la ricchezza delle sue suggestioni, perch il racconto autobiografico (ormai tutti sanno che il film gira intorno alla tragica scomparsa dei genitori del regista Paolo Sorrentino al tempo dei suoi diciassette anni) solo una delle possibili piste da percorrere. C’ evidentemente una parte di memoria familiare e una di ricostruzione romanzesca, con la loro folcloristica galleria di personaggi trasfigurati dal ricordo e dalla fantasia; c’ il sogno del cinema come strumento per cambiare la realt e per dar forma alle sue urgenze, insieme alla chimera di farne la propria professione, abbandonando Napoli per cercare una possibilit a Roma. Ma c’ soprattutto, sottaciuta e pur evidente e presentissima, una riflessione sul fare cinema e sulla propria immagine di marca di regista e uomo di spettacolo.

Lo stile che Sorrentino andato definendo negli anni si potrebbe definire pirotecnico, pi rococ che barocco (due stili che comunque sanno far emergere dietro l’eleganza formale i segni di una perdita e di uno strazio interiore), ma in questo film mi sembra che tutto lasci spazio a una ritrovata essenzialit espressiva, a una pi efficace linearit narrativa. A partire dall’aerea inquadratura iniziale, di avvicinamento a Napoli, che poi il vero obiettivo della narrazione a venire. Sorrentino non cancella il gusto raffinato per le immagini a sorpresa — il gigantesco lampadario a terra nella casa di San Gennaro (Enzo Decaro) — o per personaggi fuori misura (la nonna impellicciata che divora mozzarelle a morsi, cio Dora Romano) e stravaganti (il fidanzato ex alpino laringectomizzato, cio Alessandro Bressanello). Ma qui tutti sembrano rispondere a una necessit che in altri film sfuggiva o si notava meno. Tutto qui contribuisce a creare quel mondo non convenzionale che lo stesso che cerca Fellini quando Sorrentino si inventa una sua discesa a Napoli alla ricerca di comparse.

A tenere insieme tutto, a unire contenuto e forma verrebbe da dire usando vecchie ma eloquenti terminologie, il giovane Fabietto (Filippo Scotti, premio Mastroianni a Venezia come miglior speranza), ancora ingenuo adolescente con una evidente adorazione per pap Saverio (Toni Servillo) e mamma Maria (Teresa Saponangelo) oltre che con una ricambiata attrazione per zia Patrizia (Luisa Ranieri). Sono i perni attorno a cui Sorrentino (unico autore della sceneggiatura) costruisce la sua rete di relazioni napoletane, tra parenti impiccioni e amici inaspettati, dallo zio Alfredo (Renato Carpentieri) che aspetta l’arrivo di Maradona come del messia (la cronologia del film piuttosto elastica: svaria dall’84, anno dell’arrivo del Pibe sotto il Vesuvio, all’87, anno del primo scudetto del Napoli) alla marchesa snob del piano di sopra (Betty Pedrazzi) fino al contrabbandiere Armando (Biagio Manna) che sogna di guidare scafi offshore o al regista-guru Capuano (Ciro Capano) che maltratta i sogni giovanili del protagonista.

In questo modo Sorrentino costruisce un film che molte cose insieme, dove l’una integra e spiega l’altra. La vita privata di Fabietto, con la scoperta del tradimento del padre (che aveva avuto un figlio da una collega) e l’amore lacerato della madre pronta sempre a , ne perdonarloesalta la sensibilit sofferta e reattiva ma apre anche voragini di dolore che lo accompagneranno a lungo (forse per tutta la vita, a vedere i riferimenti e le allusioni che poi Sorrentino ha messo nei suoi film). Mentre il variopinto catalogo dei parenti e degli amici, raccontati tra la farsa e l’ironia senza mai, comunque, scivolare nel ridicolo, aiuta a raccontare in che mondo Fabietto/Sorrentino cresciuto e si formato, come abbia fatto sua quella tendenza all’ostentazione (rococ?) che sembrava il suo elemento di riconoscibilit e come invece ne abbia assorbito anche la disperazione e il dolore — le gelosie di zio Franco (Massimiliano Gallo), la solitudine di Marietto (Lino Musella), la rassegnata vitalit del fratello (Marlon Joubert). Arrivando a firmare il suo film pi bello dai tempi del Divo.

22 novembre 2021 (modifica il 23 novembre 2021 | 07:13)

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